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mercoledì 6 aprile 2022

Atto di consacrazione alla Divina Misericordia e al Cuore Immacolato di Maria delle coppie in gravi difficoltà

 

Atto di consacrazione alla Divina Misericordia ed al Cuore Immacolato di Maria delle coppie in gravi difficoltà

Signore Gesù, Divina Misericordia, 

dal profondo del mio dolore invoco Te e il Cuore Immacolato della Tua santissima Madre perché salviate l'amore che mi lega a..... 

Noi ci amavamo: per un certo tempo abbiamo creduto che Tu stesso ci avessi fatto incontrare e fossi la scintilla del nostro amore; e questo perché affrontassimo la vita insieme sulla via che Tu stesso ci avevi preparato. Ma ora i bei ricordi e i giorni felici appaiono lontani, dubito di tutto e non so più cosa fare. Le difficoltà, le tempeste dell'esistenza, le nostre ferite interiori e i peccati nostri e degli altri ci hanno allontanato l'uno dall'altra; tanto che sembra ormai impossibile che possiamo tornare insieme. Sembra ormai impossibile che il nostro stesso amore sopravviva. 

Tutto ci ha diviso; e io non posso proprio fare più niente per rimediare. Oggi, Signore, io ho paura di perdere chi amavo, chi ritenevo parte di me; ho paura di fallire. Non riesco a immaginare il mio futuro senza questa parte di me, senza il mio amore. Io non posso fare più niente: le difficoltà in cui mi dibatto sono tali, che quasi sono alla disperazione. Solo Tu puoi fare un miracolo, perché niente Ti è impossibile. La Tua Divina Misericordia e il Cuore Immacolato di Maria, Tua Madre, sono davvero l'ultima spiaggia per chi ormai dispera. 

Per questo, con tutto l'amore e il dolore del mio cuore, sono qui davanti a Te per consacrare alla Tua Divina Misericordia e al Cuore Immacolato della Tua Santissima Madre Maria l'amore e il rapporto che mi lega a.....  A Voi consacro tutto il nostro essere, il nostro cuore, il nostro pensiero, i nostri corpi, le nostre anime. Provo un profondo pentimento per tutti i miei peccati e desidero impegnarmi in un sincero cammino di conversione: ma Tu sostienimi con la Tua forza, altrimenti non ce la farò. Mi abbandono completamente a Te: fai di me quel che riterrai più giusto. 

Tu insegnasti a S.Margherita - Maria Alacoque che la consacrazione a Te rappresenta il nostro consenso a che Tu possa agire pienamente in noi per il nostro bene: ed ecco, sulla base di questa fiducia, io sono qui davanti a Te e, spiritualmente, insieme a....  perché Tu possa agire pienamente secondo la Tua santa volontà in noi, nel nostro amore e nel nostro rapporto di coppia. So che la Tua santa Volontà è la migliore, che ci porterà al nostro bene e all'armonia e ristabilirà la verità fra noi: perché solo la verità rende liberi (Gv. 8,32). Ti amo e nutro piena fiducia in Te.

Instaura il Tuo Regno di Verità e Misericordia tra noi due. Così come mi abbandono pienamente a Te, per permetterTi di agire, faccio lo stesso con Tua Mamma e il Suo Cuore Immacolato, in cui saremo al sicuro: perché Lei è la strada migliore per giungere a Te. A tutte le nostre difficoltà, alle nostre numerose ferite, finanche alla nostra conversione che sola ci riporterà la pace e la verità, pensateci Voi, come pensaste e provvedeste alla coppia di sposi che Vi ebbe ospiti a Cana. Da allora, le coppie e le famiglie sono il terreno prediletto per l'azione della Tua Misericordia e dell'Amore sollecito di Tua Madre. Che la Vostra azione in noi possa essere testimonianza del Vostro Amore, darVi gloria ed attirare al bene ed alla felicità anche altri. 

Perciò, con somma fiducia e abbandono in Voi, ribadisco la nostra consacrazione, mia e di...., dell'amore e del rapporto che ci lega, alla Tua Divina Misericordia e al Cuore Immacolato della Tua santissima Madre Maria. Eliminate ogni ostacolo tra noi, ogni ferita, ogni peccato, e ridonateci l'armonia, l'amore e il rispetto reciproci. Pensateci Voi. Grazie con tutto il cuore per avermi ascoltato. Amen.


Questa consacrazione nasce dal presupposto che veramente la Divina Misericordia è l'ultima spiaggia per chi è in gravissime difficoltà: e mai come ora Essa è indispensabile, nelle famiglie e nelle coppie. Qui non vengono menzionati solo gli sposi, ma anche tutte quelle coppie che avevano buoni motivi per ritenere che il loro rapporto fosse ben fondato. Non a caso, la preghiera di consacrazione è formulata in modo che la possa recitare anche uno solo dei due, proprio perché le difficoltà che oggi sperimentano molte coppie sono veramente gravissime e lasciano spesso soli. Mai come ora il "leone" ci circuisce per "divorarci" (cfr. 1Pt. 5,8): dove arriva intende distruggere. 

Lo studio del carteggio di S.Maria Margherita Alacoque, la prima apostola del Sacro Cuore, evidenzia che una consacrazione ha un valore pressoché legale (la santa era figlia di notai): essa esprime un libero consenso che permette a Dio di agire il più possibile dentro di noi. Proprio perché Dio rispetta infinitamente la nostra libertà, è giusto sottolineare questo valore pressoché "legale" di una consacrazione, in quanto Egli ha bisogno del nostro consenso; essa è però innanzitutto un atto di fiducia e abbandono. Non abbiamo nulla da temere affidandoci a Lui e a Sua Madre: Loro faranno veramente il meglio per noi. Tuttavia, è bene essere sinceri, nel pronunciarla, quanto alla propria volontà di pentimento e conversione: almeno, essere disposti a iniziare. Lui supplirà il resto, come già diceva a S.Margherita - Maria. 

La consacrazione può essere ripetuta tutte le volte che si vuole. In particolare, può essere ripetuta come novena, in special modo in vista della festa della Divina Misericordia (I domenica dopo Pasqua), tra il Venerdì Santo e la festa stessa. Chiunque ritiene di averne bisogno la pronunci: la Divina Misericordia è ansiosa di elargire le Sue grazie in modo sovrabbondante. 

sabato 11 settembre 2021

La preghiera della Principessa

La preghiera della Principessa

Racconto esemplare, da leggere con molta calma e in un luogo tranquillo, da soli, per meditare e prendere le giuste decisioni. 

Una graziosa stanzetta di giovane donna: tende a ricami, mobili in legno chiaro, tessuti color pastello, fiori e un lumino acceso dinnanzi all’immagine della Vergine. Davanti a Lei, in ginocchio, prega la Principessa, rivolgendoLe di tanto in tanto lo sguardo con amorevole fiducia. La ragazza sta chiedendo aiuto alla dolce Mamma per il suo Principe. Infatti, Lui ha molto bisogno del Suo aiuto. Ha deciso di confidarLe tutto quanto è avvenuto in questi ultimi giorni, così, come una figlia, per chiedere che cosa fare e, soprattutto, per chiederLe di continuare a proteggerlo. E inizia a raccontarLe, affidandole tutto nella preghiera:

“Cara Mamma, tu sai che, fin dall’inizio, un’idea fissa mi ha guidato nei miei rapporti con lui: mantenere il contatto. Certo, ci sono stati anche i momenti in cui non sapevo più cosa fare e ho ceduto; ma poi sono sempre ritornata da lui. E ogni mio ritorno, lo sapevo, in realtà rappresentava un rafforzamento del nostro legame. Difatti, dopo due anni, quando ho capito di che cosa lui soffriva veramente, è emerso che il contatto fedele e amorevole costituiva per lui la terapia migliore.

Questo principio mi ha guidato anche le poche volte che ho visitato la sua parrocchia, nel piccolo villaggio presso le colline dove abitano i suoi. La prima volta sono stata nella sua chiesetta nel novembre 2018: e quel giorno ho deciso di chiedere un colloquio con il suo parroco, che è veramente un santo. In quel colloquio, un mese dopo, lui mi ha detto delle cose chiaramente ispirate dallo Spirito Santo, quindi ho fatto bene. Ma quello stesso primo giorno, mentre io parlavo col parroco, sono sopraggiunti due signori anziani che hanno cominciato a parlare piacevolmente con me. Sottolineo: non sono andata a cercarli io. Loro si sono uniti al gruppo quando ormai avevo finito di chiedere un colloquio al parroco. Mai e poi avrei potuto pensare che uno dei due era il padre del mio Principe (anche perché è molto più basso!).

Ho deciso di tornare in quella chiesetta, così semplice e luminosa, per l’Epifania 2019 e allora, è successa una cosa un po’ particolare, che per delicatezza non ho mai rivelato al mio amato: mi sono fermata a salutare l’altro signore che avevo conosciuto quella volta (il sacrestano, pure un sant’uomo) e  poi è passato suo padre. E mi ha guardato come se fossi un fantasma, quasi con paura e imbarazzo. La cosa mi ha addolorato, ma non per me: mi sono resa conto che il suo atteggiamento nei confronti del figlio e delle sue sofferenze era profondamente irrazionale. Non l’ho mai detto al mio Principe, ripeto, per non farlo sentire a disagio; ma, del resto, era una sfumatura e, forse, mi ero sbagliata. In seguito, a gennaio, ho rivisto il parroco all’abbazia e gli ho riferito di che cosa soffriva il mio Principe, perché ero riuscita finalmente a capirlo; ma poi ho compreso che lui non poteva fare niente per aiutarlo. Non sono tornata più là per più di un anno e mezzo. Infine, sono tornata in quella chiesetta ad agosto dell’anno scorso; e allora, con uno stratagemma, suo padre mi ha incluso in una foto di gruppo. Infine, sono tornata quest’anno, tre volte: sempre perché, dopo avere pregato Te, Mamma cara, sentivo ed ero certa che fosse giusto. Mamma: lo so, forse il mio Principe non sarebbe d’accordo: eppure, io sono sicura che è stata la cosa giusta da fare. Perché era una maniera di rendermi presente e la verità rende liberi”. Il lumino guizza più vivamente sotto l’immagine della Vergine, tanto che Lei sembra sorridere benevolmente. E la Principessa ha bisogno di quel sorriso. Poi riprende a parlarLe  fiduciosamente.

“Mamma cara, il giorno della Tua festa, l’Assunta, io ero all’abbazia, perché ormai per me è una bella tradizione assistere alla S.Messa lì; e quel giorno, si è venuto a sedere accanto a me un signore che poi ho riconosciuto essere sempre il papà del mio Principe. Lui non mi ha detto niente, io neppure, ma non me lo sarei mai aspettato: in una chiesa così grande! Mi sono venute in mente le innumerevoli volte che io incrociavo il mio Principe per strada, con coincidenze incredibili, come se Qualcuno ci ponesse l’uno sulla strada dell’altra. Però, mi è parso strano questo silenzio completo, questo ignorarmi del tutto dopo che lui aveva cominciato a parlarmi tempo prima e io non avevo fatto nulla per mancare nei suoi confronti. Il lunedì dopo sono andata al S.Rosario alla chiesetta: c’era solo qualche signora e, poi, uscendo, è passato in bici il Principe; ma non ho potuto dirgli niente. Lo amo tanto, Mamma: ma apparentemente, non basta, o non serve. Sono tornata due settimane dopo. Però Mamma – e guarda con fiducia alla Vergine, che sembra sorriderle – Tu sai che il mio motivo per tornare a fine agosto era un altro. Sono molto preoccupata per le persone care che hanno subito la v. ed ero tormentata dall’idea che qualcuno dei suoi cari lo fosse; infatti, in tal caso, si rischia, soprattutto durante l’ondata autunnale, il potenziamento della malattia. 

Ora io volevo far passare la serie di consigli che do abitualmente a chi conosco – fare riserva di determinate medicine e di lattoferrina, prendere integratori alimentari di vitamine e di zinco, prevenire ogni infezione virale con fumenti ecc.- proprio per evitare che i v. si ammalino e  possano incorrere nel potenziamento della malattia. Ero preoccupata per loro e la loro salute. Quindi, quella sera mi sono ritrovata a chiacchierare con il sacrestano, in modo spontaneo – del resto, le poche volte che sono andata alla chiesetta, mi sono sempre fermata a salutarlo volentieri perché è davvero amabile – e, dato che ormai siamo abbastanza in confidenza e mi fido di lui, dopo un po’ ho anche ammesso, in tutta riservatezza, che io sono “l’aspirante nuora” del padre del mio Principe, ma che ormai sono un “aspirapolvere”, perché lui è talmente timido che mi scappa via. Ho chiesto a questo gentile signore di tacere e la cosa ed è finita lì. Mamma, perdonami, forse avrei dovuto tacere…ma forse il buon sacrestano lo aveva intuito. Ma vedi…quando ami qualcuno non riesci a starne sempre lontano. Qualcosa ti trasporta sempre da lui e so che anche Tu, seppur in maniera diversa, lo hai vissuto. E fatichi a non parlarne. Quello che ho vissuto, in questi anni, tenendo perennemente nascosto il mio amore dentro di me, impedendomi di viverlo, di parlarne, di esprimerlo come sarebbe giusto, mi ha fatto letteralmente implodere. E ora è peggio che mai, perché non lo vedo più”. La Vergine pare quasi chinare il bel capo verso la Principessa, che ora fissa il tessuto a fiori della sua camera e pare dimentica di tutto e persa in un sogno lontano…Un sogno di amore mai realizzato. Poi riprende, sussurrando.

“Lunedì scorso, Mamma, sentendo che era giusto che tornassi – eccome se lo era – sono andata nuovamente al S.Rosario – anche se sono arrivata tardi, perché lo avevano anticipato di mezz’ora. Anche quella sera, il padre del Principe mi evita, mi sogguarda, mi gira intorno a distanza come “il falco”. Io non me ne curo, anche se non avrei niente in contrario a che mi chiedesse qualcosa. Dopo la fine, ho passato comunque una ventina di minuti con il sacrestano e lui, visibilmente preoccupato, a un certo punto mi ha detto di lasciar perdere e che il Padre del Principe gli ha riferito in settimana quanto segue: il Principe avrebbe un’altra ragazza, una tedesca, entrambi i genitori sarebbero molto contenti, addirittura lui gliel’avrebbe portata a casa e presentata. Poi però il sacrestano si è raccomandato che io non rivelassi niente al Principe stesso, il che mi è apparso strano, molto strano”. Il volto della Principessa riflette a questo punto una tristezza profonda. Rimane in silenzio per parecchio tempo, poi riprende, con maggiore slancio.

“Mamma, anche se sono rimasta tranquilla, è inutile che ti dica quanto questo ennesimo colpo mi ha ferito. Mi sono sentita come se il mio stomaco e il cuore se ne fossero discesi in cantina. Ho ringraziato il sacrestano – che, poverino, soffriva per me e non ha nessuna, nessunissima colpa in tutta questa storia, quindi va lasciato in pace – e sono partita, chiedendo spiegazioni al Signore e a Te. Perché, onestamente, sono stufa di essere presa in giro. Prima però di dirTi che cosa credo sia veramente successo, vorrei precisare alcuni punti importanti.


Mamma, io non voglio esaltare quello che ho fatto, perché lo amo molto e, in fin dei conti, credo di avere fatto solo quanto era giusto: amarlo non è un merito. Però è giusto anche aggiungere: nessuno, nessuno può rendersi conto di quanto ho sofferto. Per 4 anni e mezzo ho subito di tutto: sono stata ignorata, rifiutata, evitata, messa da parte, in certi momenti addirittura umiliata e insultata gratuitamente. Proprio a me, che già venivo da un passato post-traumatico, questo trattamento faceva un effetto ancora maggiore che a un altro. Mi bruciava il cuore. Solo di rado ho ricevuto qualche sorriso o parola buona. Se l’ho tollerato, non è perché sono scema; so bene quello che faccio e non sono per nulla masochista. Anzi, data la situazione, Mamma cara, e Tu lo sai molto bene, avrò pensato di lasciarlo perdere e mandarlo a quel paese almeno una cinquantina di volte. Ma Tu sai benissimo, Mamma adorata, perché sono rimasta accanto a lui: perché me lo dicevi Tu. “Non lasciarlo mai”, mi hai detto; e ogni volta che intendevo lasciar perdere, Tu, o qualche santo, come Santa Rita o Padre Pio, mi dicevate di perseverare, di rimanergli accanto e di continuare a pregare. Sempre continuare a pregare. Non ho mai smesso di pregare e di amarlo fedelmente. E poi sono rimasta perché mi rendevo conto, soprattutto, di quanto il mio Principe soffrisse: vedevo che, quando mi mandava via, in realtà il suo comportamento era dettato dalla sofferenza che si portava dentro. E allora sono rimasta. E ho fatto acrobazie per aiutarlo. Ai limiti dell’impossibile. Passando regolarmente per scema, anche se non era vero. Accumulando le brutte figure, anche se mi sarei meritata tutt’altro. Ma non le temevo affatto, perché l’ho sempre amato.


Un’altra cosa, Mamma, molto importante. Il punto di vista maschile, di solito, è che, se lui non mi ha rivelato il suo amore per me, se insomma non mi ha detto niente, lui non ha nessuna responsabilità nei miei confronti. Questo è falso e posso dimostrarlo. La forma spesso non basta, anzi, è direttamente in contrasto con la sostanza. Quando ero piccola, a scuola, presi in prestito un bel libro, che s’intitolava
Il Vangelo della vita: al suo interno, vari capitoli fornivano riflessioni e consigli su aspetti importanti dell’esistenza, come l’autocontrollo, la generosità, l’amore per il prossimo, la rettitudine ecc. Da allora me ne ricordo una frase molto importante: “Se un giovane mostra delle attenzioni nei confronti di una ragazza, suscitando le sue speranze, poi si dilegua, si è comportato in modo sleale nei suoi confronti”. In amore, molto passa attraverso il linguaggio corporeo e le piccole cose: proprio quello che c’era tra noi.  

Ora, il mio Principe, certo a causa del suo trauma, ha sempre avuto nei miei confronti un atteggiamento ambivalente, tra bisogno di amore ed evitamento, se non addirittura rifiuto; ma è bastato che io capissi di che cosa soffriva, perché fosse tutto chiaro: sia che mi cercasse, sia che mi mandasse via, ogni suo atto proveniva dal fatto che io ero molto, ma molto importante per lui; quindi, anche quando mi evitava, ciò derivava dalla paura che aveva di essere rifiutato da me. Tutto, ma proprio tutto nel suo atteggiamento tradiva che lui mi amasse. Lui può anche avermi detto che non poteva stare con me, ma il nocciolo della verità era più profondo: e anche se lui non lo voleva ammettere, la comunicazione tra noi è sempre, sempre stata impostata secondo le esigenze di una relazione tra un uomo e una donna. Per esempio: quando io lasciavo la biblioteca, lui era perfettamente consapevole che io lo avrei atteso ai piedi della scala. Talora, sembrava anzi che lui aspettasse quel momento. Erano dei segni, un linguaggio, che capivamo solo noi: il linguaggio, impercettibile agli altri, dei segni discreti dell’amore.

Mamma, ne sono sicura: per buona parte di questi ultimi anni, lui ha creduto che noi potessimo un giorno coronare il nostro amore. Lui ci ha creduto, altrimenti non ci sarebbe rimasto così male, a marzo, quando, non sapendo più come smuoverlo, ho interrotto le lettere. Lui sperava di guarire. Probabilmente, lo spera e ci crede ancora. Non sono stupida: me ne accorgo. Così come mi accorgo del fatto che lui mi segue, in varia maniera, di nascosto. Quindi, in una situazione del genere, dire che lui non ha responsabilità nei miei confronti solo perché formalmente non mi ha detto nulla di preciso è scorretto. Ma per decidere la questione, per parlarmi sinceramente, sia  che avesse inteso dirmi di sì, che se fosse stato costretto a dirmi di no, avrebbe dovuto essere pienamente sincero con me e ammettere di avere un problema serio. Ma questo non è mai riuscito a farlo”. Lei tace, si rilassa sui calcagni e fissa la Vergine, in alto, sorridente sopra il capo del Suo bambino. Lei comprende. Nessuno ha mai voluto comprendere l’amore della Principessa, forse, calato com’era nei suoi problemi, neanche il Principe: e nessuno, quindi, l’ha presa sul serio. E’ triste, tristissimo, quando le persone non riescono o vogliono vedere la verità…Ed è anche più triste la condizione di chi la vede e, proprio per questo, non viene preso sul serio dagli altri. Una brezza leggera fa ondeggiare lievemente i fiori dinnanzi alla Vergine, quasi malinconicamente. Tutto tace, come in attesa.

“Infine, un’ultima cosa, forse la più importante di tutte. In questi anni, Mamma cara, la Tua presenza accanto a noi due è stata continua e dovrei scrivere un libro per richiamare tutti i segni che ci hai dato della Tua vicinanza a noi. Tu mi hai detto e fatto capire più volte che volevi io rimanessi con lui. Persino padre A. mi ha detto di portare al mio Principe un regalo da parte Tua. Ebbene, ne sono sicura: questa è la Tua amorevole risposta perché quando lui era piccolo, o anche in seguito, quando si sentiva solo, non amato, rifiutato e gli mancava la tenerezza di un autentico amore materno, Lui si rivolgeva a Te. Io stessa l’ho visto pregare davanti alla Tua immagine, quella della Madonna delle Grazie, con la testa tra le mani, il giorno del Corpus Domini 2018. E Tu, allora, hai mandato me. Ecco perché il legame tra noi è rimasto, nonostante tutto, così solido. E chiunque si schiera contro questo, inevitabilmente, agisce contro di Te, contro il Tuo amore, probabilmente su seduzione dell’avversario, perché Tu vuoi salvare; Tu lo vuoi sano e forte, lo vuoi guarire. Tu dimostri e hai dimostrato un amore costante e indefettibile nei confronti del mio Principe. Grazie. E ora, ti prego, Mamma, di concludere in bene la Tua opera”. 

"Ma adesso, infine, Ti dico quello che penso dell’accaduto. Può essere, in effetti (e io cosa ne so?), che lui si sia trovato un’altra all’estero: mi pare un po’ strano in tempi come questi, in cui spostarsi è diventato molto più difficile, ma può sempre essere. D’altronde, lui si sente tanto male con me, che non capisco come potrebbe interagire tranquillamente con un’altra in una situazione simile. Certo è migliorato, ma ce ne vuole prima di potere presentare una ragazza in famiglia! E che lui, con la sofferenza che prova, sia arrivato a tanto, mi pare sinceramente strano. Lo voglio sottolineare:  lui è un uomo perfettamente normale, sano, ma il trauma lo fa star male a contatto con una ragazza: quindi, stando così le cose, non riesce a controllare una situazione del genere. Quando avrà elaborato il trauma, farà quello che vorrà. Comunque, se è vero, fatto salvo il fatto che non si sarebbe comportato molto lealmente con me (in base a quanto ho detto prima), se lui ha trovato un’altra ed è felice, va bene. Di certo, io non posso più corrergli dietro.


Ma mentre tornavo a casa e pregavo, tutto mi è apparso in una luce nuova. Quindi, secondo me – anche se potrei sbagliare – è più probabile che le cose siano andate così. Suo padre ha capito che io avrei fatto una chiacchierata col sagrestano e he pensato bene, nei giorni seguenti, di riferirgli che suo figlio aveva trovato un’altra (una straniera, cosicché nessuno avrebbe potuto controllare se era vero), ben sapendo che lui me lo avrebbe riferito e per mandarmi via. Difatti, mi ha insospettito molto il fatto che mi venisse chiesto di non dire niente al mio Principe. Perché? Se lui si fosse veramente sistemato, avrebbe anzi piacere che si sapesse. Invece, questa “notizia” si accorda perfettamente al clima di sotterfugio che circonda l’atteggiamento di suo padre. Se questa è la verità, si tratta di un atto gravissimo, tantopiù se (come temo) è avvenuto alle spalle del mio Principe. Tuttavia, questo mi ha fatto capire definitivamente da dove viene la sua sofferenza, per cui Ti ringrazio, Mamma cara, dei risvolti positivi”. La Vergine sembra sorridere ulteriormente e inondare la Principessa della luce d’amore dei suoi occhi. Anche il Santo Bambino le sorride. 

“Tralascio il fatto di come sono stata trattata io: dopo le difficoltà che ti dicevo prima, dopo avere sacrificato di tutto per il mio Principe, sono stata mandata via, se la mia lettura è corretta, come un cibo indigesto. Per anni ho lottato contro il mio legittimo desiderio di farmi una famiglia, di avere dei bambini, di avere accanto finalmente qualcuno che mi amasse. Non so fino a che punto, Mamma cara, i suoi possano immaginare tutto questo, ma se solo ci riflettessero su un attimo, potrebbero comprendere almeno che per me stargli accanto per anni è stato oltremodo difficile, che non ci ho guadagnato praticamente nulla (a parte il fatto di guarire interiormente, ma questo lo avete voluto Tu e Tuo Figlio) e che sono rimasta in modo fedele e costante. Non sono una fissata che lo insegue perché infatuata di lui, del fatto che è bello, che ha una posizione o che è intelligente. Non sono una che si è fatta delle fisime. Ma lasciamo andare tutto quel che riguarda me: del resto, se anche li trovassi nel fosso, lo sai, li raccatterei col cucchiaino. Da Te ho imparato a perdonare.

No, Mamma, quel che mi sconvolge è ben altro. Ormai è evidente: questo è un atteggiamento del tutto irrazionale. Non capiscono neanche qual è la realtà. Si trovano davanti una ragazza buona, di fede, costante, di propositi seri e che, in tutta evidenza, vuole il suo bene; non solo, ma quasi sicuramente possono almeno supporre che io abbia capito di che cosa il figlio soffre, non solo, ma anche che sappia come aiutarlo. Ma tutto questo, per loro, non vale niente. Non si pongono neanche il problema, apparentemente, di quello che può provare il figlio – se lui non sa niente; ma è palese che non lo hanno mai capito -; no, irrazionalmente, per loro l’unica cosa da fare è mandare via questa ragazza “scomoda”. Mandano via una giovane donna che ha fatto di tutto per renderlo felice. A loro non importa che il figlio rimanga vittima dei suoi problemi, che non guarisca, che possa passare il resto della sua vita da solo. Tutto questo non conta. Certo, è pur sempre possibile che lui non mi voglia, o che sia d’accordo a mandarmi via: ma la cosa mi pare un po’ strana. Perché allora non dovrei dirgli niente? Altrimenti, il fatto che lui mi ami, anche questo non conta niente. Che cosa conta per loro, allora? Purtroppo, è evidente. Queste cose succedono nelle famiglie, anche di buone intenzioni, in cui si dà troppa importanza alle apparenze. Guai fare delle  brutte figure! ...Strano. Quante ne ho fatte io perché lo amavo? Quindi, la cosa più drammatica è che per loro, il figlio (il mio Principe), finché ha successo, fa carriera e accosta i potenti di questo mondo, va bene e se ne gloriano anche; ma quando si tratta delle sue sofferenze, queste devono essere nascoste sotto il tappeto: forse per un malinteso intento di protezione; più che altro, per non fare brutta figura. A suo padre gliel’ho letto in faccia.

Già lo subodoravo da anni, perché da vari segnali era evidente: eppure, nutrivo grande stima per il papà del mio Principe, perché lo ritenevo una persona intelligente e di fede. Mi aspettavo che, magari con discrezione, mi chiedesse delle notizie sulla mia esperienza e su come aiutare suo figlio. Invece niente. Tutto il contrario. Sembra che non abbiano neppure fiducia e volontà che lui guarisca. Stando così le cose, hanno allora fiducia in lui? Nelle sue possibilità? Mah. Un genitore che ama veramente suo figlio cerca di lenire in ogni modo la sua sofferenza: se il bambino è nato, che so, con un handicap, si sforza di donargli una vita normale, di fargli capire che è come gli altri, di comprenderlo, di rafforzarlo, di dargli fiducia in se stesso. Qui invece è il contrario: ne stanno facendo una tragedia. E di questa tragedia sovraccaricano il mio Principe.


E allora, anche se non voglio giudicarli e sto solo ai comportamenti che ho notato, è evidente che, se lui soffre così tanto, è colpa loro. Solo loro. Non lo hanno mai compreso in partenza nella sua natura di giovane plus-dotato, più intelligente, ma anche più sensibile e incline alla sofferenza degli altri; e man mano che i suoi problemi montavano, gli hanno rovesciato addosso una valanga di sentimenti negativi: lo hanno rifiutato per quello che era, lo hanno indotto a provare dolore, senso di colpa per quel che era o diceva, per i sintomi che mostrava, ma anche per i suoi sentimenti, per le sue vulnerabilità, per quando si innamorava…Sono certa che lui cerca di nascondere loro il più possibile i suoi sentimenti. La fobia, la paura di essere visto, non deriva da me, ma dai suoi. Così gli stanno praticamente proibendo di innamorarsi e di vivere il suo amore: gli stanno proibendo di essere se stesso. Sono sicura che lui non si sente neanche in diritto di manifestare i propri sentimenti a casa; che lui di se stesso può rivelare solo quel che vogliono loro; soprattutto, sono certa che a casa sono frequenti le scenate, i ricatti affettivi (“ se non fai quel che voglio io, non mi vuoi bene”), le bugie, le colpevolizzazioni. In una parola: qui c’è una forte componente di manipolazione relazionale. E questo, Mamma, sta distruggendo il mio Principe. Il mio Ciccio! – e tace per un attimo. La Vergine pare ascoltare con il suo sguardo dolce e comprensivo, ora divenuto persino più caldo e dolce. Poi la ragazza riprende:

“Ora capisco tutto. Vedi, Mamma cara, in fin dei conti la sua affezione post-traumatica, qualunque essa fosse, mi preoccupava solo in parte: si poteva curare e si può guarire. Anzi, sicuramente lui, nel corso di questi ultimi anni, è migliorato. Il problema, invece, era un altro, ben peggiore. Non sono quasi mai riuscita – tranne forse qualche volta – a indurlo a prendersi cura di se stesso. Sembrava che lui potesse accettare solo alcune forme di terapia, in cui faceva da sé, di nascosto. Capisco che lui si sentisse male vicino a me, ovvio; ma che lui rigettasse ogni forma di comunicazione con me, anche la più elementare e anodina – come scrivermi o rispondere al telefono -, che lui rifiutasse di andare da un terapeuta, persino di dedicare tempo alla preghiera, così fondamentale, o tempo a se stesso...Tutto questo per me era incomprensibile. Era come se lui dovesse nascondere ogni suo problema sotto il tappeto. Guai parlarne! Guai accennarvi! Tutto ciò doveva sparire. Tabù. E con i problemi, però, spariva (letteralmente) anche lui. Lo hanno fatto provare imbarazzo e disagio per se stesso. Eppure, lui ha tentato disperatamente di guadagnarsi l’amore dei suoi: in particolare di suo padre. Vedendo che il suo successo lavorativo lo compiaceva, si è lanciato su questa strada a corpo morto, ben oltre il necessario. Ecco anche perché lui lavora così tanto e non si ferma mai: questa è l’unica maniera che sente di avere a disposizione per catalizzare l’attenzione positiva dei suoi. La fascinazione per le autorità, l’ammirazione per i potenti…Sembrava sempre che lui fosse in cerca di una figura paterna. E, al tempo stesso, gli mancava tremendamente l’amore materno. Povero il mio Ciccio…Sono sicura che ha cercato in tutti i modi di compiacerli. Tutti. Mentre i suoi fratelli si sono dati alla fuga, lui è l’unico che ritorna regolarmente a casa. La sua rettitudine, il senso di debito verso di loro, fa sì che lui si senta in dovere di essere sempre a disposizione. Eppure, ciò  che lui fa non basta mai…Mamma, sono arrivati al punto di agire contro di Te e le Tue grazie...


Qui percepivo il nocciolo duro della resistenza. Questo mi ha reso la vita impossibile e questo mi ha fatto soffrire enormemente, perché mi sono trovata contro un muro, mentre il mio Principe sembrava un prigioniero, cui fosse stato proibito persino di parlare. Mi ricordava la fiaba in cui una serva prende il sopravvento su di una Principessa durante il viaggio verso il paese lontano dove lei dovrebbe sposarsi col figlio del re; la serva la obbliga a scambiare abiti e ruolo con lei, quindi le impone di non parlare di questo ad anima viva. A mio avviso, un giuramento del genere è illegittimo, ma la Principessa, buona, lo mantiene; finché il re comprende e la libera dicendole di rivelare tutto alle pietre dei muri di una stanza chiusa. E lui allora ascolta e apprende la verità.

Allora, Mamma, il nocciolo del problema non è tanto quello post-traumatico, bensì che i suoi hanno imposto al mio Principe un diktat, secondo cui il suo problema era tabù e doveva rimanere sotto il tappeto. Perciò lui aveva ricevuto l’ordine implicito di tacere e di non manifestare la sua sofferenza. Raramente lo avrà fatto, magari col confidente sbagliato, e dopo sarà stato peggio. Inoltre, lui deve avere vissuto un profondo stato di confusione: teso tra la necessità di rispettarli e amarli e quella di salvaguardarsi, non avrà capito più che cosa era giusto fare. Ovviamente, il loro atteggiamento è dettato dall’irrazionalità che scaturisce da forme di egoismo: quindi, non è detto che loro lo abbiano fatto del tutto consapevolmente. Non credo che gli abbiano detto di tacere in modo esplicito. E’ più probabile che questo ordine glielo abbiano trasmesso con il loro modo di vivere: mediante sguardi, discorsi, comportamenti, azioni, che, giorno dopo giorno, gli hanno fatto capire: “Taci. Non dire niente di te, perché quel che dirai di te, non è bene accetto. Nessuno deve sapere all’esterno quello che sei. Tu devi fare solo bella figura. Il resto, guai a parlarne”. In altri momenti, potrebbero averlo forzato in senso opposto: “fai così, fai colà…Si può sapere perché non combini niente?” e così via. Quel che conta sono le apparenze e queste devono essere ineccepibili. Dico così, Mamma, perché so per esperienza che queste cose succedono davvero in molte famiglie e provocano indicibili sofferenze: se è la verità, il mio Principe la riconoscerà. 

Ora Mamma, questo è quel che penso sia successo, anche se potrei sbagliare. E’ pur sempre possibile che lui lo sappia e che sia d’accordo con una visione del genere; ma mi sembrerebbe strano, considerata la sua rettitudine, che ho sempre amato tanto. Io spero tanto che Tu, co il Tuo amore, gli ispiri quel che è giusto fare, per liberarsi. Vedi Mamma, se li dovessi fronteggiare io, saprei bene come ribattere, in modo fermo e assertivo; ma io sono esterna alla situazione e lui poi ne sconterebbe le conseguenze. Del resto, è perfettamente possibile che lui, impulsivo e retto com’è, provi la tentazione di affrontarli direttamente e di dirgliene quattro. Mamma, trattienilo! Sarebbe 10 volte peggio e perderebbe le ultime possibilità di liberarsi! Lui esce da ogni discussione o lite sentendosi come uno straccio e ancora più avviluppato dai legami del senso di colpa e del disagio nei confronti di se stesso. Infatti, un genitore possiede un ascendente fortissimo su di un figlio: quindi, d’istinto, durante una lite vince sempre lui (specie se tende alla manipolazione), perché sente dove colpire per vincere. A questo si aggiungano colpevolizzazioni e ricatti affettivi. No, il mio Principe, Mamma cara, ha bisogno di mantenere la discrezione e rimanere tranquillo. Fare finta di niente. Quando siamo circondati da persone che praticano la manipolazione, anche solo in parte, ogni informazione che gli diamo di noi ci mette in loro balia. No.

Piuttosto, lui ha bisogno di riflettere, pregare e agire con prudenza per il suo bene.  Quando si sarà rafforzato e sarà guarito, potrà affrontarli, in modo calmo e assertivo, e ristabilire la verità. A quel punto, loro si sentiranno più deboli di lui. Bisogna infatti ricordare che il loro atteggiamento nasce da una profonda mancanza di autostima. Possono sembrare forti, ma se si comportano così, con bugie e sotterfugi, non lo sono, anzi: probabilmente, la loro mancanza di autostima è ben più drammatica di quella del Principe (provocata, del resto, da loro). Proprio per questo motivo, loro non cambieranno e non ammetteranno mai di avere torto. Mai. Ormai sono anziani e si sono fossilizzati nelle loro idee. Su questo il Principe può metterci una pietra sopra: né gli daranno mai il riconoscimento di cui ha bisogno. Riconoscerlo e accettarlo, per il Principe, fa parte del cammino di guarigione. Ma lui può accettarlo solo se sa che, offrendolo a Te, Mamma, può convertire questo dolore immane in qualcosa di utile. Inoltre, lui può pregare perché tu tagli i legami malsani che ha con i suoi familiari. Sto parlando dei legami malsani: l’affetto filiale è un’altra cosa. Quando in una famiglia c’è un’atmosfera malsana dal punto di vista psicologico, si creano dei legami che imprigionano i suoi membri. Pregare per esserne liberato, significa già decidere interiormente di non essere più soggiogato a quella forma di menzogna e decidere per il bene, la verità e la guarigione. Per guarire, è indispensabile prendere spiritualmente e moralmente le distanze dagli errori e dai peccati dei propri genitori.

Mamma cara, Vergine santissima, Tu che mi hai sempre amato come un figlio, oggi offro a Te ed a Tuo Figlio i legami malsani che mi legano ai miei, affinché Voi possiate spezzarli e liberarmi da ogni male. Al tempo stesso, desidero dedicarVi tutto il mio dolore, perché possiate fare del bene agli altri. Vi amo ed abbiate misericordia di me.

Sicuramente, si renderà conto di migliorare. Infine, lui ha bisogno di prendere le giuste decisioni per la sua vita. Vuole essere libero e felice, oppure no? Quando i genitori, con i loro atteggiamenti sbagliati, ci stanno distruggendo o ci fanno comunque del male – il che capita spesso, purtroppo -, è giusto continuare a rispettarli, ma, al tempo stesso, tenerli alla giusta distanza in modo da non esserne condizionati. Distanza di sicurezza. Perciò, ad esempio, lui dovrebbe passare il meno tempo possibile dai suoi e non dirgli niente dell’accaduto. Inoltre, avrebbe bisogno di pregare molto e di rivedere i suoi comportamenti invocando la protezione e l’ispirazione dello Spirito Santo: che cosa lo danneggia effettivamente e che cosa lo aiuta? Una volta eleminati i pregiudizi generati dai cattivi legami con i diktat familiari, che cosa lo può far stare meglio e che cosa no? Ma ci vuole comunque tanta preghiera. E io, sono sempre qui, a sua disposizione. Ma non credo di potere, al momento, continuare a mandargli poesie e coccole. Come faccio in questa situazione di scarsa trasparenza? Non so cosa fare. Io vorrei continuare, anche perché la  sua guarigione, secondo me, è ormai molto vicina: e sicuramente, se ha bisogno per il lavoro di una connessione stabile, la mia casa resta a sua disposizione. Ma non so cosa fare. Sta a lui prendere le decisioni giuste, secondo verità e secondo quanto gli suggerisce lo Spirito. Ricordando, Mamma santa, quel che è la verità della Scrittura: L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla donna…Questa è la via per essere veramente uomini: prendere responsabilmente in mano la propria vita e fare ciò che è giusto”.

La Principessa ha concluso la sua preghiera: e ora attende. Guarda con fiducia al volto della Vergine, che sorride più ampiamente, come se nei suoi occhi riflettesse tutto l’amore che prova per entrambi. Il lieve chiarore del lumino pare portare una promessa di gioia nella stanza silenziosa. Gli occhi della Principessa brillano di amore per Lei, ma anche, in modo diverso, per il suo Principe. 

venerdì 16 luglio 2021

La barriera

La barriera

Quando era giovane tra 1586 e 1587, Francesco di Sales, futuro santo vescovo di Ginevra allora ancora laico, entrò in crisi, una crisi nera. All’epoca si stava diffondendo, specie nelle zone tra Alpi e Svizzera, il calvinismo, che crede nella predestinazione: e lui era tormentato dalla paura di essere predestinato alla dannazione. E’ possibile che parecchi fossero allora atterriti da quest’idea: di certo, era allora diffusa un’immagine abbastanza terrificante di Dio, un Dio giustiziere e vendicatore, non proprio conciliabile con la misericordia. Tra il dicembre 1586 e il gennaio 1587, Francesco fu così tormentato dalla paura di meritarsi l'inferno. Giunse al culmine della crisi quando, un giorno di gennaio, entrò nella chiesa domenicana parigina di Saint-Etienne-des-Grès. Qui pregò la Madonna, ma, soprattutto, fece un atto di affidamento all’amore di Dio: decise che, qualsiasi fosse stato il destino che Dio gli avrebbe concesso, egli si sarebbe abbandonato al suo amore. Fu la soluzione: dopo questo atto di affidamento – per certi versi incomprensibile, dato che lui, in quel momento, aveva perso la fiducia nell’amore di Dio – Francesco ritrovò la pace e fu libero. La paura svanì come delle nubi al sole: da quel momento in poi, la vocazione di Francesco di Sales fu la mansuetudine, la dolcezza, l’amore, il che gli permise di dare inizio a una spiritualità che andava d’accordo con la vita quotidiana, specie dei laici; una spiritualità fatta di piccole cose e fiduciosa nell'amore di Dio, rivelatosi come Padre.


L’aspetto straordinario di quest’esperienza è che Francesco decise di fare affidamento su Dio e sul suo amore anche se, in quel momento, ne era lontano mille miglia. A posteriori, può apparire evidente che il Signore non lo avrebbe mai destinato alla dannazione: ma quando uno ci si trova in mezzo, la paura impedisce di ragionare in modo sensato. In realtà, avere a che fare con Dio spesso fa forzatamente riemergere le nostre paure più riposte e ataviche, non meno di quanto ciò succeda con le persone che ci sono più care. Nel rapporto con Dio riviviamo spesso la paura della violenza (da qui nasce l’idea di un Dio terribile), della mancanza di rispetto, dell’arbitrio, dell’incomprensione; soprattutto, sperimentiamo la paura dell’abbandono. È qualcosa che molti di noi si portano dietro fin dall’infanzia, da quella prima esperienza dimenticata dell’abbandono che ci porta a temere per la nostra vita, per la nostra incolumità. In realtà, ognuno di noi si porta dentro quella paura: ed essa rappresenta per noi una sorta di barriera, oltre la quale ci sforziamo inutilmente di passare. Ma essa ci ripugna e ci terrorizza: perché passare quella barriera sembra morire. Anzi, è una forma di morte. E molte cose ce la richiamano.


Eppure, ognuno di noi, prima o poi, nel corso della sua esistenza, è chiamato inevitabilmente a oltrepassare quella barriera. E’ una necessità della vita stessa: altrimenti, rimaniamo paralizzati di qua, nel terrore. Confusamente, spesso percepiamo che di là c’è la vita, la risurrezione; eppure, non ne abbiamo né le forze, né il coraggio. Come fare allora? Arriva il momento in cui bisogna imparare a “buttare il cuore oltre l’ostacolo” per non rimanere a vegetare di qua, impossibilitati a vivere e a crescere. Però, l’aiuto ideale è proprio la fiducia nell’amore di Dio. A Francesco di Sales poteva apparire assurdo fidarsi di un Dio che poteva predestinare all’inferno; eppure, la fiducia in lui ha vinto, tanto che poi ha capito che l’unica realtà era il Suo amore. Di là dalla sua barriera era impossibile che ci fosse la dannazione, bensì c’era solo l’amore del Padre; tanto che a posteriori, sono le sue paure che paiono assurde. 


L’amore di Dio, però, non ci lascia mai soli. Davanti alla “barriera” troviamo di solito un “traghettatore”, qualcuno che ci accompagna e sventa per noi i pericoli. Nella Divina Commedia, Dante è preso spesso da delle crisi di autentica fifa (mi perdoni il sommo poeta se mi esprimo così); tuttavia, c’è Virgilio che pensa a tutto e, quando non basta lui, chiama qualche angelo in soccorso contro i diavoli (come all’esterno della città di Dite, canto IX dell’Inferno). Virgilio è mandato da Beatrice, che è inviata dalla Madonna e da S.Lucia, che sono inviate da Dio: quindi, anche nel fondo dell’Inferno, Dante non rischia proprio nulla. Sono rimasta spesso affascinata dal film Stalker di A.Tarkovskij, in cui il  protagonista ha il compito di accompagnare dei viaggiatori attraverso una zona radioattiva, verso la “Zona”, un luogo incantato dove possono realizzarsi tutti i desideri. Lui è un traghettatore e porta gli altri verso la felicità. In parole povere, per realizzare i propri sogni bisogna saper rischiare: ma l’amore di Dio ci accompagna sempre.


Prima o poi, tutti noi siamo chiamati ad affrontare le nostre paure e la nostra particolare versione della “barriera”. Può essere una nostra difficoltà al lavoro o nella vita, oppure una persona che ci nuoce o il ricordo di un trauma o un limite personale. Abbiamo bisogno di imparare (con le garanzie possibili) a rischiare: tanto, dall'altra parte, c'è la luce e ci sono due braccia amorose che si attendono. 

Lieber mein Prinz, meine Liebe,

hier bin ich mit einer kleinen Nachricht für dich. Ich glaube, ich verstehe jetzt - etwas sagt mir, dass ich dich an die Hand nehmen muss, um dein Trauma zu verarbeiten. Okay, geht's. Was dem Herrn mit Liebe dargebracht wird, wird es heilen, so werden wir dies tun, bis wir alles ausgearbeitet haben! Und dann wirst du geheilt. Ich bin sicher, du hast schon Verbesserungen feststellen können.


Also, schöne Liebe, heute Abend möchte ich mit dir über den Verteidiger mitsprechen. Ich weiß sehr gut, es ist dir jedes Mal sehr peinlich, wenn diese Seite von dir redet und du es vielleicht nicht ertragen kannst. Nun, wisse das, da ich dich liebe und ich dich so sehr liebe, aber liebe ich auch diese Seite von dir so sehr. Sie ist einfach die am meisten verletzte und versteifte Seite von dir und sie braucht wie du viel Liebe und viel Verständnis, damit sie lernen kann, sicher zu fühlen.

Jetzt bieten wir sie dem Herrn an, damit sie sich sicher fühlen kann. Wiederhole mit mir: Signore, io ti offro la parte più profonda, ferita e difensiva di me perché possa servirti e amarti. Ti offro tutto il dolore e l'imbarazzo che mi ha involontariamente arrecato, perché so che queste sofferenze e difficoltà potranno diventare un tesoro nelle Tue mani e aiutare tante persone. So che tu poi raggiungere e aiutare col Tuo Amore anche questa parte di me, perché possa vivere in armonia con tutto me stesso. Te la affido perché sia al sicuro. Ti amo, Signore. Grazie del Tuo Amore. 


giovedì 20 maggio 2021

Guarire l'autostima e i traumi...in modo inatteso

Guarire l’autostima e i traumi…in modo inatteso

Tutti noi abbiamo dei problemi di autostima: e ci sono delle mattine in cui, invece di alzarci, preferiremmo piuttosto sprofondare sotto al piumone. Del resto, traumi e disgrazie varie non aiutano certo a tirarci su di morale, anzi: spesso e volentieri le nostre frustrazioni quotidiane vanno a pungere vecchi punti dolenti, con l'effetto del sale sulle ferite. Si sa, la lingua batte dove il dente duole: quindi spesso il nocciolo del problema non sono i guai del presente, bensì i ricordi traumatici del passato. Ebbene, sfogliando la letteratura spirituale di qualche secolo fa, ho scoperto una cura paradossale ed efficacissima per l'autostima ferita: le mortificazioni. Mi immagino qui che i miei lettori sbraneranno tanto d'occhi a questa notizia, ma è proprio vero: proprio le mortificazioni, quelle che più ci affanniamo ad evitare, se impiegate in maniera adeguata costituiscono un grosso aiuto, anzi sono quelle pietre che sembrano sbarrarci il cammino, mentre invece, ci spianano la strada. Ça va sans dire, questo discorso può essere compreso meglio in un'ottica di fede e deve essere attuato senza eccessi: tuttavia, può sicuramente aiutare chiunque, agnostico o credente che sia.

Tutto comincia alcuni mesi fa, quando ho rispolverato alcuni consigli che la famosa mistica Santa Faustina Kowalska aveva ricevuto niente meno che dallo stesso Gesù misericordioso. È noto come le apparizioni a Santa Faustina siano state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa, come siano all'origine della festa della Santissima Misericordia la prima domenica dopo Pasqua, festa inaugurata da San Giovanni Paolo II, ed è altrettanto noto come a Cracovia sorga un magnifico santuario dedicato proprio alla Divina Misericordia. Ebbene Gesù dava spesso a Santa Faustina dei consigli su come lottare contro il male, contro il peccato e contro il diavolo: tra questi ricordava molto la necessità di combattere contro il nostro orgoglio e il nostro egoismo e raccomandava, tra l’altro le mortificazioni.


Dapprincipio ero abbastanza dubbiosa al riguardo: mi ricordavo degli exploits dei cosiddetti “santi eroici” del 1600, che passavano da una penitenza terrificante all'altra e che sembravano quasi, nonostante la straordinaria buona volontà, inclinare verso il masochismo. Questo era lo stile della morale eroica ed aristocratica del tempo, che difatti si ritrova anche nelle tragedie seicentesche di Corneille; però, come potrebbe un consiglio del genere valere per un povero disgraziato come noi, che assomigliamo, chi più chi meno, al povero…Charlie Brown? Le mortificazioni intese in quel senso sono chiaramente improponibili, soprattutto per chi voglia vivere in maniera sana.


In realtà, ricordavo anche un altro stile, molto più alla portata di tutti. Mentre altri santi dell'epoca si davano a digiuni terrificanti, cilici, flagelli, veglie senza fine e così via, San Francesco di Sales intendeva la vita cristiana in modo molto diverso. Di nascita nobile, colto, intriso dell’Umanesimo, era stato scelto come vescovo di Ginevra agl’inizi del Seicento ed incaricato di riportare al cattolicesimo una regione ormai scivolata verso la Riforma: e lui era molto deciso a perseguire la sua missione, ma con dolcezza, con amore, senza l' intransigenza e la durezza cui parecchi si abbandonavano all'epoca da una parte e dall'altra. A causa della sua formazione e del suo buon senso, diffidava degli eccessi e riteneva che la vita cristiana dovesse essere alla portata di tutti e intrisa di amore, un amore adeguato alla semplicità della vita quotidiana. Non a caso, scrisse la
Filotea o Introduzione alla vita devota, un manualetto sulla vita cristiana adatto ai laici di ogni condizione, semplice, accessibile, adeguato alla quotidianità e che all'epoca andò a ruba come un vero bestseller. Ebbene, lui consigliava proprio di lottare contro il nostro orgoglio ed egoismo sfruttando le piccole mortificazioni che ci capitano durante la vita quotidiana; suggeriva così che questo era molto più importante di tutte le penitenze straordinarie cui indulgevano altri mistici, penitenze che, del resto, potevano portare esse stesse a un orgoglio patologico.


Si tratta quindi di sfruttare le piccole occasioni di mortificazione che ci capitano tutti i giorni e di sfruttarle al meglio. Io ci ho provato e gli effetti sono stati straordinari. Infatti, questo sistema mi ha permesso di guarire progressivamente da alcuni ricordi traumatici, di rafforzare la mia autostima e di consolidare la mia resistenza alle contrarietà e allo stress. Sono anche diventata più impermeabile all' opinione degli altri, di cui troppo spesso siamo dipendenti. Adesso faccio alcuni esempi per far capire di cosa sto parlando.

Immaginiamo uno screzio a un incrocio dopo che due macchine si sono scontrate. Uno dei due automobilisti provoca l'altro con delle parole poco lusinghiere e il secondo si sente ferito e insultato. Se però reagisce anche lui con gli insulti (grossa tentazione), non la si finisce più e si entra in un circolo vizioso: anzi, gli psicologi spiegano molto chiaramente che se sfoghiamo la rabbia, questa aumenta e la stessa cosa succede con le altre emozioni negative. Quindi va a finire che, se lasciamo loro spazio, esse ci trascinano dove non vogliamo. Ma noi possiamo governare le nostre emozioni: come? Usandole a fin di bene.


Immaginiamo allora che l'automobilista insultato, anche se avrebbe comprensibilmente voglia di affettare l'altro come una salamina da sugo (!), si dica fra sé: va bene, non reagisco in modo violento, mi limito a contenere l’altro; inoltre, preferisco offrire questa frustrazione per diminuire il mio egoismo e perché, con questo sacrificio, Dio possa aiutare delle persone che soffrono. Chiaramente, al momento si tratta di un sacrificio non indifferente e lui può pensare anche di passare per stupido; senonché, un po’ di tempo dopo, si accorgerà che quell'episodio non gli fa più male, che esso ha perso quel pungiglione che lo tormentava nell'intimo; non solo: si accorgerà anche che non gli importa della brutta figura, anzi che non c'è nessuna brutta figura di cui vergognarsi, perché avrà uno sguardo più lucido e capirà che gli astanti hanno correttamente valutato l'altro come un…somaro. Il nostro bravo automobilista potrebbe decidere di ripetere l'esperimento tutte le volte che gli viene rivolta una parola sgarbata: certo, deve imparare a reagire in maniera composta e assertiva (cioè a difendere i propri diritti con calma e fermezza, senza travalicare); ma soprattutto decide di non insistere per avere ragione a tutti i costi, tanto è inutile, bensì mira a usare quella momentanea frustrazione a fin di bene.


Ebbene, poco per volta si renderà conto che la sua autostima si consolida, che certe cose inutili non lo tormentano più, non lo preoccupano più e che ha sviluppato una maggiore indipendenza di giudizio e una visione più lucida della realtà, rimanendone stupito. Ma facciamo qualche altro esempio. Ogni piccola mortificazione della vita quotidiana, anche più ridotta di una lite al semaforo, può aiutare in questo processo di progressiva guarigione: una parola di incomprensione in famiglia, il ricordo di una brutta figura, che a volte ci tormenta come una specie di letto di spine, una parola sgarbata, una diversità di opinioni, un brutto ricordo di un’umiliazione subita, una delusione o anche una ferita interiore; tutto, ma veramente tutto può diventare occasione di esercizio in questo campo. Dapprincipio può sembrare spiacevole, ma in realtà tutti noi possediamo un orgoglio e un egoismo ben radicati, per cui abbiamo a disposizione molto spazio per questo tipo di esercizi; non a caso, La Rochefoucauld sosteneva:
Qualsiasi scoperta si sia fatta nel paese dell’amor proprio, vi restano ancora molte terre sconosciute. Se gli esseri umani fossero un po’ meno attaccati a loro stessi, ci sarebbe più pace nelle nostre vite.

Del resto, non si tratta assolutamente di fare gli zerbini o di subire ingiustizie in maniera masochistica, tutt'altro (e questo va sottolineato): noi possiamo e dobbiamo difendere i nostri diritti in maniera ferma e composta, assertiva; quello che rifiutiamo è la violenza, la prepotenza, l'arroganza, il puntiglio, il rancore, la mancanza di rispetto, la rabbia fine a se stessa. Piuttosto che indulgere a questi atteggiamenti negativi noi abbiamo di fronte un'altra strada: accettare la frustrazione che ci si presenta davanti e offrirla al Capo a fin di bene per migliorare noi stessi e per aiutare gli altri. 


I risultati di questi esercizi sono veramente notevoli: lo ribadisco, ho notato che la mia autostima si è rafforzata e che non avevo più paura di situazioni incresciose, che certi ricordi spiacevoli non mi ferivano più e, soprattutto, che alcuni traumi il cui ricordo era rimasto latente nel mio subconscio avevano smesso di tormentarmi. Infatti, l'accettazione li aveva rielaborati: quello che vi sto suggerendo (se eseguito in maniera proporzionata e con calma) funziona ottimamente anche dal punto di vista psicologico per la rielaborazione graduale dei traumi. Perché? La maggior parte di noi soffre a vari livelli di qualche problema postraumatico: un trauma irrisolto non è stato rielaborato dalla parte del cervello che è deputata a ciò, l'amigdala; in tal caso, il soggetto continua a soffrirne tutte le volte che incrocia qualcosa che gli ricorda quel trauma e lo fa riemergere. Semplicemente, la povera amigdala è andata in tilt perché il trauma era troppo grosso da digerire: e l'effetto è un po’ quello del disco rotto. Tuttavia, per rielaborare un trauma è fondamentale l'accettazione: eppure, la maggior parte di noi non riesce ad accettare i propri traumi e le loro conseguenze negative, quindi rimaniamo bloccati. Allora il trucco consiste proprio nel trovare un senso positivo ai nostri traumi e una maniera per usarli a fin di bene. Solo così il male diventa accettabile: a quel punto l' amigdala è in grado di metabolizzare il trauma, lo stocca ed esso smette di tormentare il nostro intimo.

 


Capisco che ciò sia più facile in una prospettiva di fede, ma non è un cammino precluso a nessuno; del resto, il buon uso delle mortificazioni aiuta molto anche e soprattutto perché l'emozione post-traumatica più nociva è la vergogna. La vergogna nasce automaticamente tutte le volte che subiamo un rifiuto, un abbandono o un tradimento, perché la nostra prima reazione automatica è di credere che quel rifiuto o abbandono sia avvenuto per colpa nostra, per qualcosa di sbagliato in noi, anche se non è vero; anzi, si può affermare che ogni privazione d'amore equivalga a vergogna. Purtroppo, la vergogna è l'emozione più pericolosa, perché minaccia di disintegrare il soggetto e di escluderlo dalla comunione con gli altri esseri umani: la vergogna è infatti un'emozione sociale, nasce dall’interazione con gli altri e ci colpisce tutte le volte che i nostri rapporti con gli altri non funzionano. Esistono persone in cui la vergogna ha scavato a tal punto che soffrono di vergogna cronica, cioè essa si è ingigantita a tal punto da schiacciarli e da provocare in loro problemi notevoli, come vari sintomi post-traumatici cronici e dissociativi. Al nocciolo dei traumi e della vergogna c’è sempre l'abbandono: perciò, trovare una maniera di metabolizzare tutto questo gradualmente equivale al lavoro che fanno certi terapeuti, i quali sminuzzano in mini-porzioni i ricordi traumatici per aiutare i pazienti a rielaborarli poco per volta. Si intende, i casi seri hanno sempre bisogno della consulenza di un terapeuta; ma questo esercizio dell’accettazione delle piccole mortificazioni a piccole dosi aiuta sicuramente a metabolizzare i traumi poco per volta usando le semplici possibilità che ci vengono dalla vita quotidiana.

Faccio un altro esempio più impegnativo dei precedenti perché il processo sia più chiaro. 

Molte ragazze faticano a trovare l'anima gemella (anche gli uomini a dire il vero), e di solito cadono tutte nel tranello di pensare che gli altri non le vogliono per colpa loro. Di solito, dietro questa idea cova qualche esperienza negativa fatta in famiglia e in passato: per come è strutturata la nostra famiglia occidentale è facile che le figlie femmine si sentano trascurate dal padre, anche senza colpa di quest’ultimo, per cui finiscono per trasferire questa loro impressione nel rapporto con gli altri uomini, continuando a soffrire di quel senso di abbandono primordiale. In questa maniera, possono gestire male il rapporto con gli uomini, rischiare di diventarne dipendenti, sentirsi abbandonate anche quando ciò non avviene, oppure subire un trattamento poco gentile anche quando dovrebbero staccare la spina, perdendo così la propria autostima. Purtroppo, gl’insuccessi nella vita sentimentale sono tra quelli che nella nostra società provocano in noi maggior dolore e maggiore vergogna, per cui tutto ciò risulta veramente difficile da metabolizzare.

Ma immaginiamo ora che una ragazza con questo problema accetti la frustrazione di essere in solitudine o di non aver trovato ancora l'uomo giusto, o altre frustrazioni del genere, con l'idea di prepararsi a una corretta vita di coppia, in cui le esigenze di entrambi si possano manifestare con armonia; immaginiamo che questa ragazza offra la sua delusione per chiedere al Capo di trovare la persona giusta e per aiutare altri a trovare la felicità; ebbene, dapprincipio potrà sembrare difficile accettare tutto questo, ma ben presto lei si renderà conto che la sua anima sta guarendo: sta guarendo dalle carenze di autostima, sta guarendo dalle ferite del passato, sta guarendo dal senso di abbandono che prova da così tanto tempo e sta guarendo dall’insicurezza, dal senso di dipendenza che prova nei confronti degli altri, dalla paura di stare da sola e da tutto ciò che la sminuisce davanti agli altri, dalla vergogna patologica, dal trauma, dal dolore. Parallelamente, guariscono anche i suoi rapporti con gli altri, rapporti che diventano così più sani e corretti, senza il masochismo di chi accetta l'inaccettabile pur di non rimanere da solo, senza arroganze inutili e controproducenti, senza disarmonie. Soprattutto si renderà conto come mai prima, che la sua sofferenza passata ha diritto di essere rispettata e riconosciuta: noi spesso e volentieri lottiamo con gli altri perché sentiamo che le nostre sofferenze non vengono riconosciute abbastanza; ma quando cominciamo ad adottare questo tipo di accettazione a fin di bene, siamo in grado di parlare delle nostre sofferenze a testa alta, con franchezza, con sicurezza di noi stessi. perché non abbiamo più bisogno del riconoscimento degli altri. Sappiamo nel profondo di noi stessi che è vero e ci basta. Quella ragazza si accorgerà infine che non è più sola: magari troverà la persona giusta, oppure il giovane che ama tornerà per sanare il rapporto con lei.

Tutti noi, chi più chi meno, soffriamo di dipendenza dal giudizio degli altri e le piccole mortificazioni usate a fin di bene ci aiutano ad assumere una maturità profonda e l'indipendenza dal rispetto umano che ci paralizza con lo sguardo altrui. Riceviamo allora quella che gli antichi cristiani consideravano una delle qualità basilari dei convertiti: la parresia, la franchezza. Riceviamo una rettitudine rinnovata; riscopriamo il coraggio; soprattutto, il coraggio di essere noi stessi. 

Capisco allora infine perché, nonostante le mortificazioni, i santi sono così equilibrati, sereni e privi di quella frenesia per il giudizio altrui di cui siamo pieni noi. Loro sono diventati veramente meno vulnerabili alle frustrazioni: di solito hanno veramente guarito le loro ferite a furia di lottare con l'egoismo. 

Lottare contro il nostro egoismo rafforza la nostra autostima perché non è altro che vivere l'amore in atto per imparare a uscire da noi stessi e a fare del bene con quello che abbiamo. Del resto, dal concime nascono i fiori: e non c'è meraviglia che non possa avvenire quando riusciamo a usare a fin di bene qualcosa che ci ha fatto soffrire. Viktor Frankl, il grande fondatore della logoterapia, curava i suoi pazienti proprio così, facendo loro scoprire il senso e l'utilità delle loro sofferenze: e diceva che l'uomo non è terrorizzato tanto dal dolore, quanto dal dolore senza senso. Lui uscì da Auschwitz dopo tre anni di prigionia e dopo aver perso nel lager tutta la sua famiglia; ma nel lager aveva imparato a curare in questa maniera i suoi compagni di prigionia, prezioso insegnamento che poi mise a frutto. Era pieno di vita, faceva del bene ai suoi pazienti in maniera meravigliosa e aveva una tale sete di vivere da imparare a gettarsi col paracadute a 80 anni!

Del resto, questa è la logica della Croce: è un atteggiamento molto diverso dal masochismo, è la volontà di usare al meglio quello che la vita ci pone davanti, così che la croce si trasforma con la resurrezione in albero fiorito. E dove non arriviamo noi, agisce il Cristo con la sua potenza di vita.