sabato 6 febbraio 2016

Il giardino dei Finzi-Contini - The garden of the Finzi - Contini's (film, by V.De Sica, 1970)


Il giardino dei Finzi-Contini

Introduco qui per la prima volta una recensione di un film del passato, dato che i miei ragazzi hanno bisogno di conoscere anche quel cinema....

Suscita particolare tenerezza, in un Ferrarese, scorgere luoghi caratteristici come Corso Ercole, il Parco Massari, il Castello Estense, la Piazza davanti alla Cattedrale così come erano nel 1970, quando comparvero nelle riprese del bel film di Vittorio De Sica Il giardino dei Finzi-Contini, tratto dal romanzo omonimo del nostro Ferrarese Giorgio Bassani e vincitore del Premio Oscar per il Miglior Film Straniero nel 1972.


                                            Riconoscete Corso Ercole?

La critica lo accusò di un tono un tantino melenso, ma questo era un rischio insito già nella materia: lo stesso romanzo di Bassani non piacque a tutti quando fu pubblicato nell'Italia del Secondo Dopoguerra, nel 1962 (con un'intellighenzia per lo più orientata in senso comunista e che simpatizzava per le tematiche sociali), a causa del suo tono elegiaco, che indulge al tema della memoria e ispirato al modello di Proust (anche dal punto di vista della prosa, molto elaborata). La vicenda, perfettamente in linea con la Giornata della Memoria, ripercorre gli ultimi anni della comunità ebraica ferrarese, dopo le Leggi Razziali del 1938, fino alle retate che, nel 1943, portarono parecchi suoi membri nei lager nazisti del Nord - Europa.

Il protagonista, un giovane universitario di famiglia ebraica ferrarese, viene chiamato Giorgio (ma questo fu un  primo errore della produzione, perché l'io narrante del romanzo rimane anonimo e non può essere identificato con l'autore) ed è interpretato da Lino Capolicchio (che però non mi ha mai convinto del tutto in questo lavoro); il giovane concepisce un amore senza speranza per la bella e magnetica Micol Finzi - Contini, appartenente a una famiglia più elevata, cui Dominique Sanda conferisce un fascino enigmatico e sofisticato. I Finzi - Contini, col loro giardino, che circonda una splendida villa, con la loro magnifica biblioteca, con i loro modi distinti e aristocratici, si distinguono dal resto della comunità ebraica, per lo più borghese, e rimangono isolati in un mondo incantato, quasi sospeso al di fuori del tempo, una specie di Eden minacciato però dalla dissoluzione.

Quel mondo diventa una potente metafora dello stato d'inerzia e passività in cui precipita la comunità ebraica di Ferrara poco prima dell'entrata in guerra, quella comunità che aveva votato compatta per il Partito Fascista e che non vedeva arrivare il pericolo: rispetto al libro, il film mostra una maggiore attenzione ai fatti politici e storici, cadenzati dal senso di delusione e dalle reazioni inconsulte del protagonista. Micol rimane sfuggente ed evasiva, convinta che una storia d'amore tra lei e Giorgio sia un errore: e, difatti, forse la giovane ha ragione, perché lei e Giorgio sono davvero, come lei afferma, quasi "due fratelli"; il ragazzo si è innamorato di lei, ma il suo è un amore, per così dire, "incestuoso" (in senso ovviamente traslato), che rimane confinato in uno spazio chiuso, quasi infantile (non a caso, abbondano, nel libro come nel romanzo, i flash-back dell'infanzia e dell'adolescenza), un amore che rifiuta di uscire oltre i confini protetti della comunità, una metafora di ripiegamento esso stesso.


Per questo, Bassani, che collaborò alla sceneggiatura, aveva perfettamente ragione quando lasciò la produzione per dissensi dovuti alla scena finale: infatti, nel libro l'io narrante, dopo aver rinunciato definitivamente a Micol, si intrufola di notte nel giardino e immagina che lei lo rifiuti perché ha una relazione con un altro, Giampietro; nel film, invece, Giorgio, introdottosi nel giardino, vede davvero Micol con Giampietro (interpretato magnificamente da Fabio Testi), scena su cui Bassani non era assolutamente d'accordo. E aveva ragione: infatti, l'io narrante si immagina di essere stato "tradito", ma si capisce che questa fantasia potrebbe essere falsamente consolatoria, dovuta al suo rifiuto di crescere, un estremo parto della sua immaginazione; in realtà Micol è e resta inattingibile, vergine sterile e acerba per eccellenza, votata a scomparire, come Emily Dickinson, la sua poetessa preferita, come il personaggio biblico da cui prende il nome. Nel film, la scena di Micol con Malnate, potrebbe rendere l'idea che lei preferisce un amore al di fuori del suo ambiente natale, da "donna"; ma è in realtà una banalizzazione.

Oltre al tono un po' troppo struggente, il film ha altri limiti (per esempio, non c'è una sola traccia di vero dialetto ferrarese, sostituito da un veneto orrendo), però, dopotutto, è riuscito e qualcuno lo salutò come uno dei migliori di De Sica. Soprattutto la scena finale, aggiunta rispetto al libro, con l'arresto e la deportazione della famiglia, che avviene in un'atmosfera di ineluttabilità quasi sospesa fuori dal tempo, è potente. Ricordo che nel film i repubblichini fanno l'appello dei prigionieri ebrei e chiamano i nomi che compaiono davvero all'inizio della lapide della Sinagoga di Via Mazzini: fra questi nomi veri di deportati, quello, ad esempio, di Olga Ancona. La famiglia di mia mamma possedeva un negozio e gli Ancona erano i nostri grossisti di tessuti: mi ricordo di essere stata nel loro esercizio quando avevo 3-4 anni.

Forse, il fascino di questo film (e del libro)  emana però in maniera del tutto singolare dalla stessa Ferrara: una "città del silenzio", come la definiva D'Annunzio, quieta, quasi sonnolenta, immersa nella nebbia e nei ricordi del passato. Ferrara è la città che, meglio di ogni altra, può evocare la memoria e la nostalgia struggente di un'innocenza perduta: per  me, rivederla nelle scene del film come la vedevo quando entravo nel negozio di Ancona, è stato profondamente toccante e come nessun'altra essa può fungere da sfondo per le nenie ebraiche intonate nel film e che piangono quelli che non torneranno più.


The Garden of the Finzi-Contini's

I introduce here for the first time a review about a film of the past, since my kids also need to know that cinema ....

To a Ferrarese seeing characteristic places like Corso Ercole, the Massari Park, the Estense Castle, the square in front of the Cathedral ,arises particular tenderness; above all seeing them as they were in 1970, when they were featured in the beautiful film by Vittorio De Sica The Garden of the Finzi Contini's, based on the novel of the same title by our Ferrarese Giorgio Bassani and Academy Award winner for Best Foreign Film in 1972.


Critics accused it of sounding a little sugary, but this was an inherent risk already in the matter: the same novel by Bassani was not liked by everyone when it was published in Italy after the Second World War, in 1962 (with our intelligentsia mostly oriented towards the Communists and sympathizing with social issues), because of its elegiac tone, the theme of memory and the fact of being inspired by Proust (also from the point of view of prose, a very elaborate one). The story, perfectly in line with the Holocaust Memorial Day, traces the last years of the Jewish community in Ferrara, after the racial laws of 1938, up to the raids that, in 1943, brought several of its members in the Nazi concentration camps of Northern Europe.
The protagonist, a young university student coming from a Ferrara Jewish family, is called Giorgio (but this was a first mistake by the production, because the narrator of the novel remains anonymous and can not be identified with the author) and is played by Lino Capolicchio ( but I've never been convinced at all by this work of his); the young man conceives a hopeless love for the beautiful and magnetic Micol Finzi - Contini, belonging to a higher family, whom Dominique Sanda gives an enigmatic and sophisticated charm to. The Finzi - Contini's, with their garden, surrounding a magnificent villa, with their magnificent library, with their distinguished and aristocratic ways, are isolated from the rest of the Jewish community, mostly middle-class, in an enchanted world,
almost suspended outside of time, a kind of Eden, however, threatened by dissolution.


That world becomes a powerful metaphor of the state of inertia and passivity where the Jewish community of Ferrara fell shortly before the war, that community who had voted for the Fascist Party and could not see the danger coming: differently from the book, the film shows greater attention to political and historical facts, cadenced by a sense of disappointment and the rash reactions by the protagonist. Micol remains elusive and evasive, convinced that a love story between her and George is a mistake: and, indeed, perhaps the young woman is right, because she and George are really almost "brothers"; the boy is in love with her, but his is, so to speak, an "incestuous" love (of course in a metaphorical sense), confined in an enclosed space, almost childish (in fact, in the book as in the film, childhood and adolescence flash-backs abound), a love that refuses to come out from the protected boundaries of the community, a metaphor itself of retreat.


 
Therefore, Bassani, who collaborated on the screenplay, was absolutely right when he left the production due to disagreements about the final scene: in fact, in the book the narrator, after giving up permanently his love for Micol, sneaks into the garden at night and imagines that she has a relationship with another, Giampietro; in the film, on the other hand, Giorgio, sneaking in the garden, really sees Micol with Giampietro (played excellently by Fabio Testi), and Bassani totally disagreed. And he was right: in fact, the narrator imagines that he had been "betrayed", but we understand that this fantasy could be falsely comforting, due to his refusal to grow, an extreme figment of his imagination; Micol actually is and remains unattainable, a sterile and unripe virgin par excellence, who is going to disappear, like Emily Dickinson, her favorite poet, like the biblical character that gives her the name. In the film, the scene among Micol and Malnate, could give the idea that she prefers a love outside of his native environment, as a "woman"; but it's actually a trivialization.
In addition to the tone a bit too sugary, the film has other limits (for example, there's not a single trace of our true dialect of Ferrara, replaced by a hideous Venetian one), but, after all, it's good and someone greeted it as one of the best by De Sica. Especially the final scene, absent from the book, with the arrest and deportation of the family, occurs in an almost suspended atmosphere, out of time, and is powerful. I remember that in the film the fascists make the appeal of Jewish prisoners and call the names that actually appear at the top of the headstone of the Synagogue in Via Mazzini: among these real names of deportees, we hear, for example, the one of Olga Ancona. M
y mother's family owned a store and the Ancona's were our fabrics wholesalers: I remember being in their exercise when I was 3-4 years old.
Perhaps the charm of this film (and of the book), however, radiates in a totally unique way from the same Ferrara: a "city of silence", as it was called by D'Annunzio, quiet, almost sleepy, surrounded by fog and memories of the past. Ferrara is the city that, more than any other, can evoke memory and the poignant nostalgia for a lost innocence: to me, seeing it in the film as I saw it when I entered the shop of the Ancona's, was deeply moving. Like no other town, Ferrara can serve as a backdrop for the Jewish chants sung in the film, mourning those who will never come home anymore.

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