venerdì 22 gennaio 2016

Il mondo di Belle, di K.Grissom (The Kitchen House, 2010)


Il mondo di Belle

Il titolo (in Inglese è The Kitchen House, dato che la cucina è il fulcro della vicenda) farebbe pensare a una ricostruzione approfondita del mondo schiavista negli Stati Uniti degl'inizi, ma non è così. Il romanzo si apre con una scena convulsa, ambientata nel 1810: Lavinia, una giovane madre, sta correndo in preda al panico in direzione di un casa in fiamme, mentre la sua bambina, Elly, cerca a stento di tenerle dietro. Quando la giovane arriva sulla collina, si trova di fronte lo spettacolo orrendo di una donna di colore  impiccata. Salto temporale all'indietro: Lavinia è una bambina irlandese orfana scampata a un naufragio e comprata da un ricco possidente della Virginia perché diventi una cameriera. La bambina, ancora traumatizzata, viene accolta con affetto dalla famiglia di colore che assolve ai compiti principali della servitù e, poco per volta, recupera la salute, fino a sentirsi parte della famiglia stessa. Ma, crescendo, Lavinia viene sempre più assorbita nel mondo dei bianchi, prima perché viene educata come una ragazza libera presso dei parenti dei padroni, poi perché viene chiesta in moglie dal rampollo dei proprietari, il quale nasconde però segreti indicibili: il lato oscuro del giovane è noto però a una delle cameriere più apprezzate e belle della casa, la Belle del titolo, che è in realtà figlia del padrone, Mr.James Pyke. Le voci delle due donne, Lavinia e Bell, si alternano nella narrazione in prima persona: e, poco per volta, segreti, abusi e crudeltà vengono a galla in una miscela esplosiva; la scena iniziale, difatti, si replica poco prima del finale, quando la situazione è ormai fuori controllo.


La vicenda è complicata e ne succedono di tutti i colori: stupri, omicidi, incesti, mutilazioni, linciaggi ecc.ecc.ecc. L'autrice, alla sua prima opera, è una Canadese di Saskatchewan trasferitasi in Virginia e appassionatasi alla storia locale; mentre restaurava una casa padronale della zona col marito, ha iniziato a concepire il romanzo e ha svolto anche delle ricerche sull'argomento della società schiavile. Il libro è serio e dignitoso, e aspira a fornire al lettore uno spaccato di un fenomeno, quello dello schiavismo, che ha lasciato profonde tracce, non ancora svanite del tutto, nella società americana: basti pensare che l'opera riporta continuamente la spaccatura, insita tra gli stessi Neri, tra braccianti, abbandonati a una vita pressoché animalesca, e schiavi a servizio nella casa padronale, meglio educati, abituati alla vita dei Bianchi e che fornirono poi quella créme de la crème della società di colore da cui provengono le attuali élites Afro-americane (mentre buona parte dei Neri vive ancor oggi in veri e propri ghetti). Il Sud degli Stati Uniti è del resto pervaso da una violenza che si rispecchia nelle pagine del libro e ha radici lontane.
Detto questo, però, e apprezzata la buona volontà dell'autrice, il testo presenta anche limiti non indifferenti. Non ci si improvvisa scrittori e avere una buona storia (la vicenda, per quanto complicata, invita alla lettura) non basta a costruire un buon romanzo. C'è troppa roba: il lettore perde facilmente l'orientamento, in mezzo a una pletora di figli illegittimi (di cui mi sia permesso di dubitare almeno parzialmente, dato che i coloni bianchi tenevano a distanza i Neri ed erano ben poco inclini al meticciato, a differenza degli Spagnoli), di abusi e di crudeltà che sembrano accumulate per denunciare il più possibile. Alla fine, questa ridda di disgrazie finisce per apparire poco realistica, quasi voluta per colpire il lettore più possibile (un difetto comune nelle produzioni letterarie e cinematografiche odierne).
Ma il difetto maggiore del libro è la sua, ancorché involontaria, superficialità. I dialoghi si susseguono in maniera frenetica e sono troppi, spesso banali e inutili, così come troppe sono le vicissitudini concentrate in queste 400 pagine: i caratteri, anche se verosimili, appaiono schematici, con i cattivi che più cattivi di così non si può (si pensi al malvagio fattore Rankin) e i neri compressi in un frequente atteggiamento di pia rassegnazione, talora innaturale; le descrizioni sono scarse e povere, la scrittura corretta, ma piatta, senz'alcuna profondità culturale o letteraria, lo spaccato della vita quotidiana alla fattoria insufficiente, per cui il romanzo non sembra proprio una descrizione del "mondo di Belle", che, tra l'altro, è ben lungi dall'essere la protagonista (ruolo che spetta invece a Lavinia). Ma, soprattutto, quello che colpisce è la velocità di metabolizzazione di tutta questa ridda di disgrazie. Come ho detto, ne succedono di tutti i colori: eppure pare che i personaggi, anche dopo i colpi peggiori, vadano avanti come niente fosse (è una sensazione molto evidente specie nel finale). Manca il tempo per approfondire, per dare un senso al dolore e per realizzare il male. A dire il vero, ci ritrovo molto di un certo atteggiamento americano, che passa indifferentemente da un evento all'altro quasi senza rendersene conto: il romanzo, pertanto, che sarebbe potuto riuscire come una sorta di seconda "Via col vento" se solo affrontato con i mezzi giusti, appare meccanico e privo di spessore. Alla fine della lettura, mi è parso di rimanere a bocca vuota.
Eppure, era un libro da scrivere e conserva un suo alone dignitoso (anche se si poteva fare di più). Soprattutto una cosa ho apprezzato: si percepisce nelle pagine una forte tenerezza per i bambini, qualsiasi sia la loro condizione e nascita, frutti di amore o di uno stupro o, addirittura, di un incesto. Quindi, anche se questa, in teoria, avrebbe potuto essere una riedizione ottocentesca delle antiche tragedie greche piene di orrori familiari (ma ne manca la profondità), in realtà credo che sia più un inno alla maternità e ai bambini. Le donne della storia allevano tanti figli, spesso non loro, con una dedizione esemplare, anche se non sono (per una volta) emancipate come impone ormai un certo stereotipo letterario. Neonati e piccolini suscitano una profonda tenerezza, quasi fisica: in certi passi, pare di sentire il profumo delle loro tepide membra infantili durante un abbraccio. Forse è questa la dimensione più vera del romanzo che mancherà di doti letterarie, descrittive e di approfondimento sociale, ma che è nato comunque da una forte sincerità e da sentimenti genuini.

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